Quando la libertà rischia di diventare paura. Da Platone alla crisi delle democrazie contemporanee, una riflessione sulla libertà, sulla paura e sul bisogno di partecipazione. Intervento di Massimo Braccini (Fiom Cgil Li-Gr)
Ci sono pensatori che appartengono al loro tempo e altri che, a distanza di secoli, continuano a porci
domande scomode. Platone appartiene certamente alla seconda categoria.
Nel Libro VIII della Repubblica, Platone descrive cinque forme di governo secondo un processo di
progressiva degenerazione: aristocrazia, timocrazia, oligarchia, democrazia e tirannide. Non è
una legge della storia, ma una costruzione filosofica nata dentro un’esperienza politica concreta.
Platone vive infatti la crisi della democrazia ateniese: la guerra del Peloponneso, la sconfitta contro
Sparta, le divisioni interne, l’esperienza dei Trenta Tiranni e poi la restaurazione democratica. Nel
399 a.C., pochi anni dopo, Socrate viene condannato a morte dalla città democratica. È dentro
questo clima che Platone si pone una domanda radicale: che cosa accade a una democrazia quando
la libertà non è accompagnata dalla conoscenza e dalla capacità di giudizio?
Secondo Platone, la democrazia nasce dalla crisi dell’oligarchia, quando i molti si ribellano contro i
pochi che detengono ricchezza e potere. All’inizio prevalgono libertà, uguaglianza e pluralismo. Ma
quando la libertà diventa illimitata, può trasformarsi in disordine; il disordine alimenta paura e
insicurezza; la paura crea il bisogno di qualcuno che prometta di ristabilire l’ordine. È qui che
compare il demagogo: non necessariamente un dittatore che conquista il potere con la forza, ma un
uomo capace di conquistare il consenso parlando alle paure e ai desideri del popolo, promettendo
protezione e soluzioni semplici a problemi complessi.
La tesi di Platone è inquietante: la tirannide può nascere dalla democrazia stessa, quando la
libertà viene portata all’estremo.
È una riflessione antica, ma alcune delle domande che pone sono sorprendentemente attuali. Oggi il
demagogo non ha bisogno di carri armati. Può avere un telefono, una telecamera, una piattaforma
digitale e milioni di persone raggiunte in pochi minuti. La politica rischia di diventare una gara a chi
conquista più attenzione, più indignazione, più paura. Non necessariamente vince chi ha l’idea
migliore, ma chi comunica meglio; non necessariamente chi dice la verità, ma chi costruisce la
narrazione più efficace; non necessariamente chi propone una soluzione, ma chi individua il nemico
più facile da riconoscere.
Ma sarebbe sbagliato concludere che Platone avesse semplicemente previsto il fallimento della
democrazia. La storia non è una formula matematica e la democrazia moderna ha costruito anticorpi
che Platone non poteva conoscere: Costituzioni, diritti, separazione dei poteri, libertà di stampa,
rappresentanza, associazionismo e libertà sindacali.
Il problema, semmai, è capire quanto siano forti oggi questi anticorpi.
Perché la democrazia non si difende soltanto nel giorno delle elezioni. Si difende creando le
condizioni perché le persone siano realmente libere. Una persona schiacciata dalla precarietà,
dall’insicurezza economica, dalla difficoltà di progettare il proprio futuro e da un’informazione
dominata dalla paura è formalmente libera di votare, ma può essere molto più vulnerabile alla
propaganda e alla manipolazione.
Per questo democrazia significa anche lavoro, diritti, istruzione, partecipazione e possibilità di
organizzarsi.
Ed è qui che il ruolo del sindacato torna centrale. Il sindacato non è soltanto uno strumento per
contrattare salari e condizioni di lavoro. È uno dei luoghi nei quali la democrazia si esercita
concretamente: persone diverse si incontrano, discutono, si organizzano, eleggono i propri
rappresentanti e costruiscono insieme una forza collettiva. Nel mondo del lavoro la democrazia non
è un concetto astratto: è poter dire la propria, scegliere i propri rappresentanti, scioperare,
contrattare, dire di no e partecipare alle decisioni che riguardano la propria vita.
Quando questi spazi si restringono, cresce lo spazio per chi promette soluzioni individuali,
immediate e semplici. Per questo la lezione di Platone può essere riletta oggi non come una
condanna della democrazia, ma come un avvertimento sulla sua fragilità.
Una democrazia che non riesce a ridurre le disuguaglianze alimenta rabbia. Una democrazia che
non offre partecipazione produce disillusione. Una democrazia che lascia le persone sole davanti
alla paura rende più facile il lavoro del demagogo.
Ma la risposta non può essere meno libertà. Deve essere più consapevolezza, più partecipazione,
più uguaglianza, più cultura, più democrazia.
Il vero antidoto al demagogo non è l’uomo forte che governa al posto dei cittadini. È una società
composta da cittadini abbastanza liberi, informati e organizzati da non aver bisogno di consegnare
la propria libertà a chi promette di proteggerli.
Questa è la sfida del nostro tempo: non scegliere tra libertà e sicurezza, ma costruire una
democrazia nella quale libertà, giustizia sociale e partecipazione siano inseparabili.
E forse, rileggendo Platone oggi, la domanda più importante non è se la democrazia possa generare
la tirannide. La domanda è: che cosa siamo disposti a fare, ogni giorno, perché non accada?
Massimo Braccini, Segretario generale FIOM-CGIL Livorno e Grosseto