Più di un centinaio di persone ha sfilato stamani in corteo per le vie del centro di Pisa promosso a sostegno della vertenza Dumarey, contro la decisione della mutinazionale dell’automotive di licenziare i 35 lavoratori in staff leasing dello stabilimento di Fauglia (Pisa). All’iniziativa hanno partecipato i sindacati di categoria dei metalmeccanici di Cgil e Cisl.
Secondo il segretario della Fim Cisl Yari Auli Casucci “quanto sta accadendo è inaccettabile ma anziché scoraggiarci ci unisce ancora di più nella battaglia che continueremo a portare avanti con determinazione”. Il corteo si è poi concluso sotto la prefettura di Pisa dove una delegazione è sttaa ricevuta da un funzionario: “Abbiamo ribadito – ha detto Angelo Capone, segretario della Fiom Cgil di Pisa – che non possiamo accettare una ristrutturazione aziendale decisa unilateralmente e senza cponfropnto sindacale. Lo diciamo, perché l’atto di non accettare la proposta del Governo è un chiaro indirizzo a non volere un confronto con le parti sociali”. Alla manifestazione ha partecipato anche il vicepresidente del consiglio regionale, Antonio Mazzeo (Pd): “Esserci è stata una scelta di dignità. Perché il lavoro è dignità e non si può cancellare il futuro di 35 persone con un tratto di penna”. (ANSA).
La nota di Daniele Calosi, segretario generale Fiom Toscana:
“Il caso Dumarey di Pisa, come altri in passato, è uno dei simboli di un processo di deindustrializzazione che sta colpendo ormai da anni la Toscana. Stiamo assistendo, troppo spesso nel silenzio generale, allo sgretolamento del nostro sistema industriale regionale.
Non è accettabile che gruppi imprenditoriali, soprattutto esteri, beneficino di ingenti risorse pubbliche e poi lascino sul territorio licenziamenti, crisi occupazionali e stabilimenti in difficoltà.
L’insicurezza nasce anche da queste scelte industriali: quando si perdono posti di lavoro, si impoveriscono intere comunità. Per questo servono regole chiare, responsabilità e strumenti che impongano a chi riceve fondi pubblici di rispettare gli impegni assunti.
Questi stranieri in giacca e cravatta sono gli stranieri di cui avere paura e che generano insicurezza.
Però nessuno chiede a questi signori di essere reimmigrati e di pagare i danni.
Dovrebbero restituire le risorse pubbliche ricevute nel nostro Paese e contribuire ai costi sociali delle proprie decisioni”.