Ci vuole un’altra Europa, che vada oltre l’attuale politica di austerity e di organizzazione dell’euro: altrimenti le reazioni antieuropee sono destinate ad aumentarePer l’Unione l’ultima chiamata ? ha detto il dirigente sindacale ?, perch mi sembra evidente che l’attuale politica di austerity e di organizzazione dell’euro stia generando da tempo reazioni antieuropee. Distinguerei, per, le posizioni di Syriza e Podemos, che si battono per un’altra Ue, ma non sono per la fuoriuscita dall’euro. Quello pi pericoloso stato il voto in Polonia, un paese dove negli ultimi tempi maturato un sentimento forte contro l’idea stessa di Europa e sono ricomparsi i fantasmi del vecchio nazionalismo, da parte di coloro che chiedono di tornare all’Europa degli Stati. Ma una cosa chiara: il sostegno all’attuale Unione ai minimi termini.In questo momento, la crisi dell’Europa pi politica che finanziaria. Mentre nel 2010 c’era il contagio finanziario, in parte poi risolto con il fondo salva-stati, che ha permesso di pagare i debiti al sistema bancario privato, oggi il debito greco con gli altri Stati, non con i privati. La preoccupazione attuale non dovuta al fallimento di banche, ma al fatto che se si concede alla Grecia di cambiare politica economica, come vuole fare Syriza, non si capisce poi perch altri paesi, come Spagna, Italia, Francia, dovrebbero continuare con l’austerity. La Commissione Ue non vuole legittimare un’alternativa di politica economica, non perch questo non serva a tenere i conti sotto controllo, ma perch il pil greco, passato dal 130 al 180%, calato molto di pi di quanto non sia diminuito il debito nominale.Nel secondo dopoguerra, Francia e Germania non praticarono l’austerit , ma usarono l’inflazione per sgonfiare il debito nazionale. In quel modo, trovarono pi facilmente le risorse per gli investimenti per la ricostruzione. Insomma, oggi la Germania non fa concessioni ai greci, ma si dimentica che non si sarebbe ripresa negli anni ’50 senza una politica di prestiti internazionali e di alta inflazione volontaria, concessa all’epoca dagli alleati europei. In questo momento, la Grecia alle prese con un negoziato durissimo, e il 5 giugno scade la tranche del prestito internazionale. In verit , debbo dire che non c’ mai stato nella storia del mondo un Paese che abbia privilegiato i debiti esteri alle sue esigenze correnti interne. Ma, lo ripeto, tutta la discussione in parte falsa, in quanto il problema non il debito greco in s, che comunque non sar onorato nei tempi richiesti dall’Ue, ma come va affrontato.Il G7 finanziario, che si riunisce oggi a Dresda, non credo trover la soluzione. In Europa, la discussione sulla riforma della finanza debolissima per un motivo politico: nel nostro continente, al contrario che in America, le banche non sono fallite. Dall’altra parte dell’Oceano, lo Stato americano ha dovuto tirar fuori 850 miliardi per salvare Lehman Brothers dopo il fallimento, nonch prestarne altri 500 alla pi grande assicurazione del mondo. Queste vicende anche mutato radicalmente il dibattito fra Stato e mercato nel giro di una settimana. In Europa questo non avvenuto, e sono aumentati i debiti pubblici per non far fallire le banche. A quel punto, il potere politico di banche e finanza rimasto quello che era prima della crisi, mentre l’aumento del debito pubblico, dovuto al salvataggio delle banche, stato scaricato su lavoratori e pensionati.Per concludere sull’Europa, penso che i prossimi mesi saranno decisivi: se non avverr un’inversione di tendenza dal trend attuale, fatto di un calo continuo di occupazione e salari, rispetto a produttivit ed esportazioni, il futuro dell’Unione sar segnato. Per cambiare rotta, c’ bisogno innanzitutto di investimenti, sia pubblici che privati, come ha ricordato ieri il Governatore della Banca d’Italia nelle sue Considerazioni finali. Ma noi, accanto a imprese che puntano all’innovazione e alla qualit del prodotto, ne abbiamo tante altre, piccole e grandi, che non fanno nulla e sono assistite dallo Stato e dalle banche, Fiat docet. Questo il grande problema italiano, e non basta dire, come ha fatto Visco, che la ripresa iniziata e bisogna continuare con le riforme, che fuor di perifrasi, si traducono in un taglio del costo del lavoro. Questa politica, ispirata dalla linea economica europea, non ha funzionato nel rilanciare la ripresa e l’occupazione, ma ha solo svalutato il lavoro.da rassegna.itÿ
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